Progetti Programmatici

La vecchia politica è al tramonto

La vecchia politica è al tramonto. Rimangono solo gli ultimi pallidi raggi che illudono ancora coloro che sono affezionati ai leader e ai leaderini, alle strutture verticistiche, piramidali, alle scuole di partito e all'organizzazione sul territorio con sedi regionali e comunali e capataz locali. La somma delle intelligenze dei cittadini, possibile grazie alla Rete, ha un valore enorme, non comparabile con alcun politico. La stessa parola "politico" non vuol dire più nulla. E' diventato un corpo separato dalla società che si specchia nella sua presunta autorevolezza e competenza e si esibisce come una foca ammaestrata nei convegni e in televisione. Il Belgio è senza governo ormai da tempo e funziona meglio di prima. In Islanda la Costituzione viene riscritta on line con i cittadini. Sono segnali di un nuovo mondo che sta nascendo. E' fondamentale che i cittadini si occupino direttamente della politica a livello locale e nazionale, ma anche che non diventino dei politici. Il cittadino è l'unico responsabile del suo destino e la Rete sarà lo strumento per controllarne gli sviluppi. I politici della casta non si arrenderanno mai. I cittadini neanche.

In un Paese dove l'evasione è congenita e premiata, la corruzione è spesso il secondo abito dei partiti e dell'amministrazione e gli sprechi una costante, indicare i tagli è relativamente semplice.

Lo sviluppo è invece, molto più complicato. Tagliare è necessario, ma bisogna avere un'idea di futuro (oltre che riformare profondamente lo Stato). L'Italia deve ripartire.

E' chiaro cosa non è sviluppo. Non lo è l'economia del cemento, delle automobili, della finanza speculativa e della distruzione dell'ambiente, dei flussi migratori incontrollati.

Bisogna sognare, ma anche essere molto pratici.

Non c'è più tempo e la classe politica attuale è totalmente incapace di proposte, è un'accozzaglia di vecchi parassiti, con il contorno di qualche ex giovanotto vanaglorioso. Merce avariata per il nostro futuro.

Qualche nostra proposta:

- il marchio Made in Italy deve essere utilizzato solo dalle aziende che producono in Italia, il marchio vale spesso quanto il prodotto, oltre ai capitali devono rientrare gli stipendi dei lavoratori;

- le aziende che producono utili e li reinvestono in ricerca e sviluppo devono essere detassate;

-  la scuola va subito riformata e, in particolare, con la implementazione di istituti professionali, su tutto il territorio nazionale, che formino realmente i giovani alle professioni ed ai mestieri, con il supporto (training on the job) di artigiani e di piccole e medie imprese.

- i finanziamenti europei, pari a 9 miliardi di euro annui, ma che potrebbero salire a 13 se fossimo più efficienti nel predisporre i progetti da presentare, vanno investiti in società esistenti e start up, votate alle nuove tecnologie in modo trasparente e dopo una discussione parlamentare;

- i miliardi delle auto blu vanno destinati alla Ricerca Universitaria;

- i miliardi per la guerra in Afghanistan vanno destinati all'eliminazione del Digital Divide e alla diffusione della Rete Internet veloce per tutti i cittadini;

- i miliardi della corruzione vanno destinati allo sviluppo della Cultura, valorizzando i musei e i luoghi storici e d'arte;

- la dorsale telefonica deve essere resa disponibile da un ente terzo (statale) a qualunque azienda offra servizi attraverso la Rete;

- stessa procedura va seguita per tutte le altre Reti strategiche per l’Italia: autostrade, ferrovie, rete idrica, gas, ecc.;

- la tassa CIP6 va erogata integralmente al finanziamento delle aziende di energie rinnovabili, non più a inceneritori e agli scarti delle imprese petrolifere;

- bisogna incentivare l’agricoltura nazionale, in particolare i prodotti a km zero, con l'obiettivo di rendere l'Italia autosufficiente dal punto di vista alimentare;

- la distruzione dell'ambiente, dal capannone industriale abusivo all'inquinamento dei corsi d'acqua, deve diventare un reato contro il patrimonio comune, ogni (pesante) sanzione dovrà andare in un fondo apposito per lo sviluppo del Turismo.

- il "Turismo Entrante" deve diventare il "petrolio dell'Italia" e, come tale, ha bisogno di "un piano strategico, di "un piano industriale" e di una "cabina di regia", che guidi il nostro Paese verso lo sfruttamento sostenibile di tale fondamentale risorsa

 

  • chiunque ha delle proposte le deve fare…………..
  • ci riuniremo in gruppi per attuarle, in applicazione dell’Art. 118 della Costituzione, ultimo comma (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”)

EUROPA TEDESCA E MEDITERRANEA


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Un’antica diversità

Almeno un merito alla crisi economica che oggi squassa l’Unione Europea va riconosciuto: quello di obbligare a ripensare dalle fondamenta il modo in cui essa è nata e cresciuta. Solo così sarà possibile trovare una via d’uscita. Ma è un compito che tocca alle opinioni pubbliche, agli studiosi e agli osservatori indipendenti, dal momento che le leadership politiche europee lo evitano accuratamente, impegnate come sono ad impiegare il proprio tempo unicamente nel rimbalzare da un vertice all’altro, indicato ogni volta come risolutivo e ogni volta, però, destinato a non risolvere nulla.

Ripensare la costruzione europea, dunque. Oggi è chiaro, ad esempio, che alla sua origine vi fu un atto di temeraria cecità geopolitica. La conclusione della II Guerra mondiale e il sequestro da parte dell’Unione Sovietica dell’intera parte orientale del continente furono l’elemento decisivo che portò a considerare Italia, Francia, Germania e Benelux come realtà omogeneamente «europee ». In verità esse lo erano solo per un motivo: perché tutte erano allora gravitanti nella sfera d’influenza degli Stati Uniti, non per altro. Solo la riconosciuta egemonia americana da parte delle loro classi dirigenti dell’epoca conferiva insomma a quell’organismo un carattere «occidentale ».

La concezione dell’Europa alla base dei Trattati di Roma cancellava di fatto almeno due aspetti decisivi: l’esistenza da un lato di un’«Europa mediterranea » (allora soltanto l’Italia, ma che con Spagna, Grecia, Portogallo, Malta e Cipro sarebbe poi divenuta una realtà di rilievo), e dall’altro di un’«Europa tedesca » incentrata sulla Germania, ma in realtà estesa dalla Scandinavia all’Olanda, all’Austria, alla Slovenia. Quella concezione cancellava l’esistenza di due Europe con storie, società, tradizioni assai diverse. Due Europe da secoli unite sì da valori comuni, ma quasi quanto divise da conflitti: con la differenza, però, che i primi erano patrimonio quasi esclusivo di ristrette élite, mentre i secondi, invece, avevano radici vastissime e profonde. Due Europe, la cui esistenza effettiva la Comunità prima (la Cee) e la Unione dopo (la Ue) sono riuscite ad occultare, per anni e anni, servendosi sia di un fragile mantello ideologico — l’«Occidente» — sia di una apparentemente più solida prospettiva generale, l’economia: tutta l’area comunitaria s’identificava infatti con il capitalismo, era interessata al suo sviluppo, si riconosceva nelle sue regole.

Ma sia il mantello ideologico che la prospettiva generale appaiono oggi in frantumi: finito lo scontro Usa-Urss, l’«Occidente» è divenuto una categoria sempre più evanescente; mentre l’economia, sottoposta alle tensioni della globalizzazione, si sta rivelando un fattore assai più di scollamento che di unificazione. E così oggi riprendono il sopravvento la geografia, la politica e con esse la storia. Sulla finta capitale Bruxelles riprendono il sopravvento le capitali vere del continente: Berlino, Parigi, Madrid, Roma. E torna a prevalere una diversità antica. Oggi, infatti, riappare in tutta la sua drammatica evidenza la diversità tra l’«Europa tedesca » e l’«Europa mediterranea» (con la Francia a metà tra le due); a complicare ulteriormente le cose ci si aggiunge pure, grazie al dissennato allargamento a Est, la radicale diversità dell’«Europa balcanica».

Qui da noi, nell’«Europa mediterranea », la modernità democratica è nata assai di recente, dovendo fare i conti non solo con passati fascistico-autoritari — dalla Grecia alla Spagna, all’Italia appunto — ma con società dai caratteri per più versi ostili ovvero estranei ai suoi valori, nelle quali dominavano antiche e diffuse povertà, una debole cultura civica, legami personali soverchianti e insieme l’individualismo più restio, particolarismi tenaci, una tradizione di governo lontana dallo Stato di diritto. Tutti questi elementi hanno consentito, sì, che i meccanismi consensualistico - democratici si affermassero, ma al prezzo di un ruolo crescente e pervadente dell’intermediazione politica. A Sud delle Alpi e dei Pirenei, per ottenere successo, la democrazia è stata spinta a diventare fin dall’inizio, e sempre di più, una democrazia dei benefici, delle elargizioni, delle sovvenzioni, degli stipendi: a diventare una democrazia della spesa (e quindi, alla lunga, del debito) alimentando uno spirito pubblico conseguente.

Così come le sue classi politiche sono state progressivamente spinte a occupare spazi collettivi di ogni tipo (spesso addirittura a crearli), facendosi forti per l’appunto delle risorse di cui avevano la disponibilità. La bancarotta della Grecia, la drammatica crisi finanziaria esplosa contemporaneamente in molte importanti autonomie locali di Italia e Spagna, unitamente all’immane debito (pubblico e privato) di entrambi i Paesi, sono di certo un fatto di malcostume e di leggerezza dei loro governanti. Ma non solo. Rappresentano anche la realtà di una condizione storica: della condizione storica in cui si è affermata la democrazia in questa parte del continente.

È ovvio che i «mercati» non se ne curino più di tanto. È invece sbagliato che noi, cittadini dell’Europa mediterranea, a cominciare da noi italiani, non facciamo nulla per spiegare queste cose ai nostri amici europei, ai nostri amici tedeschi: che per esempio non impegniamo in questo senso la nostra diplomazia con un’appropriata azione culturale. Sia chiaro: non per invocare impossibili indulgenze (con la mafia e la corruzione, per esempio, dobbiamo solo impegnarci più che mai a farla finita), ma per ricordare che in Europa la democrazia non è una pianta autoctona. Per radicarla c’è stato bisogno qualche volta di un deficit di duemila miliardi, altrove il prezzo è stato Auschwitz, quasi dappertutto è stato necessario il vento d’oltreoceano. I conti dell’Europa con la democrazia non cominciano con la Cee o con la Ue. Vanno fatti su archi cronologici un po’ più ampi, perché vanno fatti con la storia. E allora forse si vedrebbe che ad averli davvero in ordine quei conti siamo in pochissimi.

Ernesto Galli della Loggia 25 luglio 2012 | 7:17